Fanno vedere i figli a…

figli

 

Dapprima vittima di abusi, ora vittima di Transfobia?

Gli ultimi sette anni per me sono stati devastanti. All’inizio, mi sono dovuta scontrare con ricordi rimossi: un’infanzia che non ricordavo. Sono stata abusata da una parente in età infantile. La riscoperta del mio passato ha portato all’evoluzione naturale della mia mente che, sbloccandosi, ha tirato fuori la mia vera personalità: sono una donna transessuale. La manifestazione della mia anima, ha coinciso con un’accusa sociale e famigliare definita “scelta”. Ma non è scelta.

 

Si chiama Epigenetica, non scelta!

Epigenetica significa al di sopra dei geni. L’influenza epigenetica quindi, è ciò che accade a livello ambientale e che attiva o disattiva certi gèni. Ad esempio:

“recenti studi hanno dimostrato che di cancro al seno, su cento donne prese in esame, solo sette saranno portatrici di gèni del cancro al seno. Novantatré non lo sono e su cento donne che hanno questi geni, non tutte si ammaleranno. Difatti, non tutti i portatori sani di malattie poi se ne ammalano, così come non tutti poi ne saranno portatori. Poi alcune volte, in alcune persone, quelli che ne sono portatori sani, o quelli che non si ammalerebbero mai, succede qualcosa, un evento scatenante, anche piccolo e, di colpo, la situazione precipita.”

 

Non sono entità a sé

I gèni non sono entità a sé stanti che ci fanno comportare in un determinato modo a prescindere dall’ambiente. I gèni ci danno solo modi differenti di reagire all’ambiente. Difatti, vi sono validissime prove in tutta la letteratura scientifica che dimostrano che alcune esperienze subite durante l’infanzia e il tipo d’educazione ricevuta, incidono sull’espressione genetica, accendendo o spegnendo determinati gèni, portandoci su un determinato percorso evolutivo anziché un altro, permettendo di adattarci in base al tipo di contesto con cui abbiamo a che fare.

 

Altro esempio di Epigenetica

Se viviamo in posti violenti ad esempio, impareremo subito a difenderci rispetto ad altre priorità. Il nostro cambiamento epigenetico sarà favorevole all’esigenza. Ciò significa che vi può essere una predisposizione genetica a determinate malattie e/o comportamenti, ma ciò che appare chiaro, è che ciò che ci circonda, cioè il contesto sociale e ambientale, culturale, religioso, politico ed economico, contribuiscono poi allo sviluppo di determinati comportamenti o malattie: non è una scelta!

 

La transessualità: una calamita nella testa

L’epigenetica funziona come una calamita nella tua testa. Se ti attieni a quanto percepito dentro te, stai bene, altrimenti il tuo malessere interiore cresce a dismisura fino a farti fare cose che non vuoi: aggressività, tentativi di suicidio, etc.

Ebbene sì, ho attentato più volte alla mia vita.   ͼ(ݓ_ݓ)ͽ

 

Stigma sociale: abbiamo poteri psichici?

“Com’è possibile che un’entità psichica, quale per esempio un mio sentimento ostile, appartenente quindi a uno spazio interiore, soggettivo e privato qual è appunto l’«apparato psichico», possa uscire da me e fissarsi su uomini e cose, fino a fondersi con essi, al punto che gli elementi costitutivi della mia psiche vengano percepiti come realtà esteriori? […] Lo stesso si può dire del concetto di conversione o somatizzazione, con cui si cerca di spiegare il trasferimento di una malattia psichica agli organi corporei.”

(Cit. Umberto Galimberti, libro “Psichiatria e Fenomenologia”)

Ora spiegatemi: che cos’è lo stigma sociale?

Il più delle volte accade d’osservare un adulto o bambino che sia e, senza profferire parola o agire, con il nostro solo atteggiamento, inviamo messaggi. Esempio: quante volte è accaduto di vedere una persona che, secondo regole sociali, è fuori posto? Una ragazza punk ad una festa snob; ma otteniamo lo stesso risultato vedendo uno in costume da bagno in un posto dove c’è la neve. Così come un qualsiasi altro avvenimento inaspettato, esattamente come descritto nel “Dizionario filosofico” di Fernando Savater, alla voce eterofobia [1], sapete cosa facciamo? Classifichiamo! Le persone vengono, nella nostra mente, schedate in base a ceto sociale, indumenti, comportamento, sesso, preferenze e gruppi di appartenenza, ed esprimiamo poi un’emozione o giudizio che comunica a livello percettivo sensoriale del soggetto.

 

Lo stigma sociale è RAZZISMO!

Ma questa classificazione, togliendo tutte le imbellettature che la società attribuisce, è razzismo. Le imbellettature: omofobia, transfobia, lesbofobia, sono solo modi più dolci, per dire RAZZISMO. Abbiamo imparato ad usare le parole per prendere distanza da ciò che la nostra mente considera sconveniente e offensivo: ci nascondiamo dietro a un dito, ma sempre RAZZISMO è.

 

Il RAZZISMO e i messaggi subliminali

Questo razzismo, ci fa inviare messaggi subliminali. Il messaggio inviato senza nemmeno accorgersene è: “non si fa; non si deve; non me lo aspettavo da te; è sbagliato.” In altri casi, è ancora più forte: “quanto sei idiota; assassino; muori sterco del demonio!”; e potrei continuare all’infinito. E questo avviene con il solo pensiero, o le nostre emozioni e atteggiamenti, e tutto senza rendercene conto: non serve nemmeno osservare la persona. Istintivamente poi, a livello collettivo, agiamo nello stesso modo: leggiamo una notizia ed assumiamo un comportamento legato a quel contesto. Le persone vicine a noi, subiscono il nostro influsso psichico – emotivo, semplicemente perché presenti lì.

 

La più grande malattia della società

Lo stigma sociale è la più grande malattia di una società che si definisce “evoluta, civile, moderna e libera”, ma che in realtà non lo è, poiché genera di fatto un adeguamento comportamentale dei soggetti sensibili psichicamente che ne sono vittima. Le persone altamente emotive (alcune categorie di soggetti, i creativi ad esempio), che sono individui (a differenza di ciò si pensa) estremamente forti, sono in grado di percepire quest’emozione. Quando il disagio è avvertito dal soggetto, si parla di mancata accettazione. È una sensazione sgradevole di un “sei fuori posto”, che da molto fastidio e genera reazioni a volta anche gravi, come l’aggressione fisica, da entrambi i lati: chi la subisce, per difesa; chi la mette in atto, per disprezzo. Ma non è finita, poiché il sentimento espresso a livello emotivo, il più delle volte è molto forte: è repressione.

 

Repressione

La repressione è come schiacciare una pallina di gomma: più è grande la palla, più essa tenderà a liberarsi. Per cui, più una persona è intelligente o emotiva, e più tenderà ad esplodere nella maniera più devastante: il danno emotivo è talmente grave, da condurre i soggetti a isolarsi, impazzire e, in taluni casi, perfino uccidersi. 

Quindi, non solo le nostre emozioni sono sempre visibili all’esterno del nostro essere ma nel caso della somatizzazione, il malessere percepito, genera reazioni a catena che portano a malattie, anche gravi e, in ultimo, possono condurre alla morte, anche in pochissimo tempo.

 

Gender riepilogo

Riepilogando quanto detto finora, nella formazione finale e totalitaria dell’individuo, non concorre solo l’aspetto fisico, cioè cromosomi e ormoni, ma intervengono anche fattori fuorvianti, di natura sociale, talvolta anche gravi, poiché la plasticità neuronale del cervello, porta a un’innaturale modificazione genetica dell’individuo, definita dalla scienza epigenetica, cioè al di sopra dei gèni.

Io, MariKa DeSantis

“sono una donna transessuale. Ho provato più volte, durante il mio percorso di cambiamento fisico, ad interrompere la terapia estrogenica, ma con scarsi risultati. Io sono ancora costretta a usare ormoni, poiché stabilizzano il mio tono umorale, sessuale, emotivo e psicologico. Anche se gli ormoni sono degli antidolorifici naturali, ci potrebbe essere stata una predisposizione, poiché in passato ho sofferto di forti emicranie che, scompaiono quando uso estrogeni, per riapparire quando sospendo la terapia: sin dalla nascita, probabilmente avevo un deficit ormonale.

Nel mio caso quindi,

ora sono consapevole che, oltre a fattori già preesistenti (fisici: mancanza d’ormoni), se ne sono aggiunti altri durante la mia crescita (emotivi: percezione di me stessa non conforme allo standard “maschio”; psichici: sofferenza in età infantile scaturita dalla mancanza d’amore e dai traumi subiti) e, attraverso l’influenza famigliare, avvenuta nel periodo sicuramente più importante, pericoloso e devastante della mia vita, e cioè quando in età adulta riprendevo coscienza di me, è intervenuto anche un fattore importante esterno molto potente, che ha innescato il mio cambiamento epigenetico in maniera irreversibile, aggiungendosi agli elementi già preesistenti, e cioè il più bastardo super potere dell’uomo, lo stigma sociale. Lo stigma sociale, non è altro che una classificazione, cui rimuovendo tutte le imbellettature attribuite dalla società, è razzismo”.

 

I figli gay e trans li create voi!

Continuate a stressarli con insegnamenti sbagliati i vostri figli: vi auguro un mondo fatto di soli omosex e transgender. Aprite gli occhi: non permettete più che i vostri figli vengano trucidati in nome e per conto di una società malata e votata alla sua stessa fine.

[Quando Vittorio Sgarbi dice che “siete delle capre”, non dovete farvi strane seghe mentali. Non dovete cercare significati reconditi nelle sue parole: lui intende proprio quello! Siete delle capre: laddove vi mettono a brucare, là rimanete! Siete incapaci di evolvere.]

 

I pesanti danni arrecati ai figli

Io sono stata abusata in età infantile. L’abuso subito, oltre a una forte depressione durata quarant’anni, mi ha portato a sviluppare ciò che in ambito psicoanalitico è definito DDI, Disturbo dissociativo dell’identità. Cioè, la mente attiva un potentissimo strumento di salvaguardia di se stessa che la porta ad estraniarsi dai traumi, dimenticandoli. Ma la mente viene così quasi irrimediabilmente compromessa. E, più è potente la mente, più cercherà di mantenere attiva la dissociazione nella fase evolutiva del soggetto che la subisce.

“La dissociazione traumatica è una delle più gravi e tragiche conseguenze dell’abuso infantile.”

 

Ora veniamo al dunque

Tratto dal testo “Alienazione parentale: considerazioni dottrinarie” dal sito diritto.it

“La comunità scientifica è concorde nel ritenere che la alienazione di un genitore non rappresenti di per sé un disturbo individuale a carico del figlio ma piuttosto un grave fattore di rischio evolutivo per lo sviluppo psicoaffettivo del minore stesso. (…) Sotto questo profilo, si sottolinea come esista una vasta letteratura nazionale ed internazionale che conferma la scientificità del fenomeno della Parental Alienation (…)

Pur se attualmente non può dirsi

attendibile una mera diagnosi di PAS all’esito di specifico accertamento tecnico, ciò non significa certo che non possano essere rilevate nel corso del procedimento condotte di un genitore indirizzate all’allontanamento fisico e morale del figlio minorenne dall’altro genitore, condotte che anzi in misura sempre più rilevante vengono in evidenza nel corso della cause collegate alla crisi di coppia con figli: ostacolo di fatto alle visite del genitore non affidatario o non collocatario della prole minorenne; indottrinamento dei bambini circa le mancanze dell’altro genitore; coinvolgimento di altri membri della famiglia del genitore ‘alienato’ nel giudizio negativo, che viene fatto proprio dal minore per lealtà verso il genitore ‘alienante’; denunce infondate di molestie, abusi o violenza sessuali nei confronti dei figli od i altri minori da parte dell’alienante nei confronti dell’alienato; legame simbiotico e patologico del minore con il genitore alienante.

Tali comportamenti…

influenzano non solo e non tanto il diritto del minore alla bigenitorialità, conquista indiscussa ed indiscutibile della attuale normativa europea e nazionale, quanto piuttosto il suo diritto ad una crescita il più possibile serena ed equilibrata: si pensi a quanto possa incidere un comportamento forzato e strumentale sul sano sviluppo psicologico di un bambino, posto al centro di un conflitto nel quale egli non vorrebbe assolutamente trovarsi, e nel quale spesso viene invece costretto dagli adulti a prendere posizione a favore di qualcuno e contro qualcuno. Sul piano clinico, si tratta di studiare le conseguenze della privazione di un genitore, non direttamente collegate a comportamenti gravemente maltrattanti o trascuranti.

Le ricerche a riguardo conducono a risultati univoci

Ricerche condotte su campioni di figli negli Stati Uniti hanno consentito di individuare almeno 20 modi con i quali i genitori possono coinvolgere il figlio nel loro conflitto: denigrando l’altro genitore, interferendo nella comunicazione tra il figlio e l’altro genitore, oppure evitando ogni riferimento a quest’ultimo cercando di “cancellarlo”. Tali comportamenti sono in grado di determinare nel bambino un “conflitto di lealtà”, il quale spinge a rifiutare un genitore per compiacere l’altro. Il conflitto di lealtà costituisce il nucleo centrale delle condizioni di alienazione parentale. Si tratta di un sentimento pervasivo presente nel figlio o nella figlia e basato sul timore di tradire la fiducia di un genitore (e di perderne l’affetto) qualora si mostri di gradire il contatto con l’altro.

Il persistere di questi sentimenti conflittuali

è in grado di provocare una sorta di scissione interna nel figlio/nella figlia tra due opposte rappresentazioni di un genitore: da un lato quella positiva, legata alle esperienze di condivisione e di scambi affettivi realmente vissute e sperimentate, dall’altro una rappresentazione negativa e persecutoria derivante dalle squalifiche e dalle denigrazioni operate dall’altro genitore.

Tali dinamiche

sono in grado di produrre disturbi dell’empatia e del pensiero sino all’instaurarsi di un vero e proprio disturbo dissociativo dell’identità (DDI) o di tratti di personalità paranoicali. In tal senso, il coinvolgimento in un’alienazione parentale non costituisce in sé e per sé un disturbo a carico del figlio o della figlia, bensì un grave fattore di rischio per l’instaurarsi di problematiche di interesse psicopatologico e psichiatrico nell’adolescenza e nell’età adulta.”

 

Le colpe, il “diritto di visita” e il rispetto dei figli

La mia è una colpa relativa, poiché per affrontare di nuovo il mondo, io mi sono dapprima dovuta liberare dei miei mostri passati. Quindi, io, in quanto padre, sono parzialmente giustificata per il mio passato. Diverso sarebbe ora se non cominciassi a combattere per rivederli. E, piuttosto che lasciare che crescano innescando anche loro, quegli stessi disturbi psicosomatici gravi di cui ho sofferto anch’io in passato, preferisco battermi in un’aula di tribunale.

 

Ed è così che “i peccati dei genitori ricadono sui figli”

In poche parole, si stanno creando nei figli le basi per l’instaurarsi delle stesse patologie di cui ho sofferto io in passato: potrei mai rimanere a guardare senza far nulla?

ASSOLUTAMENTE  NO!

 

Preghiera rivolta alla mia ex moglie Rita

So che ti ho fatta soffrire in passato e per certo, so che soffri tuttora. Non voglio in nessun modo aumentare la tua pena, credimi. Anzi, io vorrei aiutarti se possibile. Poiché immagino che come i bambini siano diventati dipendenti da te, anche tu lo sia diventata da loro per la tua felicità e serenità.

E quindi ti chiedo,

dobbiamo parlare

 

Le foto

Il ricordo è grande nel mio cuore, un cuore che è sempre pulsato e pulsa ancora d’amore: l’amore non è un rubinetto che puoi chiudere a tuo piacimento. E questo, vale anche per chi ti ha fatto immensamente male.

 

Fonte delle citazioni inserite

L’articolo è stato integrato con frammenti del mio secondo libro “FanKulo agli IDIOTI”, Nenna Matteo Editore, febbraio 2018.

 

[1] L’eterofobia è una parola composta dalla radice etero, dal greco “hetero”, che significa “altro, diverso”, e dal suffisso fobia, cioè “paura, rifiuto”. Indica quindi, secondo un’interpretazione etimologica, la generica avversione per tutto ciò che è ritenuto diverso da sé, senza una specifica connotazione di etnia, sesso, religione, o orientamento (ne è un esempio la xenofobia).

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