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Video lezione 1: siete poveri? Cazzi vostri

meritocrazia

Video lezione 1: come ci rendono schiavi del sistema

 

Lo scopo delle video lezioni  

Inizia con questa prima, una serie di video lezioni (circa dieci) in cui l’autrice espone alcuni concetti chiave dipanati nel suo secondo libro, acquistabile nei principali e-Book Store.

In poco meno di cinquanta righe, il pensiero dell’autrice è diretto e (cir)conciso: fin troppo esplicito. Strettamente correlati l’un l’altro, i due paragrafi del libro messi in evidenza in questo articolo, spiegano in maniera fin troppo semplice, prendendo in esame i soli fattori sociali, in che modo veniamo strumentalizzati ed educati ad essere schiavi e dipendenti dal sistema. Nel prossimo articolo invece, vedremo invece i fattori psicologici ed emotivi usati per sottometterci.

 

Trascrizione della video lezione

La vergogna della povertà è la colpa della meritocrazia  

Tempo addietro, chi era di nascita nobile, difficilmente perdeva status, nomea e denari: la condizione era trasmessa di padre in figlio. Ma non sempre disponibilità economica e nomea, garantivano ai figli le stesse abilità, successo e intelligenza: nei governi ad esempio, c’erano e ci sono persone dalle dubbie qualità etiche e morali, e dalla scarsa intelligenza. Il passato non è molto diverso dal presente. A causa dell’ereditarietà del ceto poi, i poveri non avrebbero mai potuto aspirare ad alte cariche se non fosse stato per la meritocrazia.

I primi movimenti e pensieri meritocratici risalgono al 1791, per opera di Thomas Paine che,[1] nel suo libro “I diritti dell’uomo”, disse:

“Ereditare una posizione di potere è assurdo, così come pensare che il talento dello scrittore si possa trasmettere da una generazione all’altra.”

La meritocrazia dichiarava che, ponendo le medesime possibilità a tutti di accedere agli strumenti di erudizione, solo chi avesse avuto le giuste qualità avrebbe potuto aspirare ad una condizione migliore e, in tutti i paesi sviluppati, sostituire i poco intelligenti con i più meritevoli, divenne obiettivo principale della riforma del mondo del lavoro, tant’è che, nel 1958, Michael Young, nel suo libro “L’avvento della meritocrazia”, scrisse:

“Tutti, anche i più umili, oggi sanno d’aver avuto ogni possibilità […] Se si sono guadagnati la fama di idioti, non possono più fingere […] Che altro possono fare se non riconoscere che la loro infima condizione sociale dipende non dall’essere stati privati, come in passato, di opportunità, ma dell’essere inferiori?”

Ma aspettate un attimo perché la cosa non mi quadra: il sistema fornisce mezzi, test e libri da studiare e poi, ti da anche un titolo di studio, giudicandoti meritevole o meno, ma di fare cosa? Il pappagallo? Perché le scuole, i corsi e gli strumenti, tutti, li forniscono loro: ti collocano esattamente dove vogliono tu sia. In pratica, ti rendono un “ignorante funzionale” e ti danno la “zona senza preoccupazioni” di cui parla David Icke nei suoi libri,[2]  e che io nei miei chiamo “piccolo e magico mondo di OZ”: nasci, ti danno nome, dio, società, titolo di studio, squadra per cui tifare, lavoro, casa, famiglia, mutuo, e sei in zona. In questo modo ti rendono anche dipendente dalla tua stessa mediocrità: stai bene e non sei minimamente motivato a migliorarti. E degli altri chi se ne frega, non riescono perché inferiori.

 

Perciò…

Se riesci in ciò che ti dicono di fare, sei bravo, altrimenti sei un perdente, anzi, inferiore. E siccome non hai nemmeno un titolo di studio, non hai l’intelligenza per lamentarti, figurarsi per parlare. Guarda il tuo compagno di prigione, pardon, di banco: perché lui riesce e tu no? Perché oltre a essere incapace, devi invidiare chi ti sta di fianco. Dunque, siamo su di un pianeta in cui quegli idioti che vorrebbero farti credere, sono gli stessi che dicono che chi non ha “titoli”, non può controbattere. E son sempre loro che dicono che “dio ama i poveri”, “il gender è sterco”, e così via.

E se un essere aspirasse a qualcosa di più grande, di diverso da quanto stato stabilito?

Ma il bello di questa favola cui siamo sottoposti, è vedere poi i genitori adeguarsi ai parametri stabiliti e giudicare, demotivare e svilire i propri figli con quegli stessi criteri, soprattutto scolastici: “guarda quello quant’è bravo, quant’è intelligente e che voti alti che ha”.

Ma il più schiavo del sistema è proprio colui che prende i voti migliori a scuola

e si adegua alle regole senza nemmeno rendersene conto.

Quindi, per te che leggi questo libro, se non hai il titolo di studio che ti dico io, se non riesci a lavorare in una catena di montaggio per 12 ore di fila come ti obbligo io, se il tuo lavoro è valutato poco e retribuito peggio perché io faccio le regole, se non fai carriera e subisci costantemente l’invidia dei tuoi colleghi, che cazzo vuoi da me? Io ti dico esattamente cosa fare per essere felice, se non riesci, la colpa è tua, perché sei uno sfigato che deve provare invidia verso il suo pari che riesce, un altro più poveraccio di te, mentre verso i signori e padroni, non ti è concesso nemmeno alzare lo sguardo, perché non hai titoli per farlo, perché io non te li do. Qui, come direbbe il ragionier Ugo Fantozzi? “Com’è umano leeeei.”

Insomma, siete poveri? La colpa è vostra. All’oltraggio dell’essere povero, l’apparato meritocratico odierno ha aggiunto la vergogna della povertà. Ma in un sistema che fa dell’imposizione il fulcro cardine di valori e stile di vita, la povertà è più che mai la vera libertà. E no cari miei, fare schifo a questo mondo è un lusso. Quindi, si vergognino i ricchi, non i signori poveri!

 

A proposito dell’invidia  

“A proposito dell’invidia che sorge da una superiorità altrui, val la pena d’osservare che non è la grande sproporzione fra noi e un’altra persona a suscitarla, ma, al contrario, il nostro esserle vicini: un soldato semplice non invidia il suo generale quanto il suo sergente o il suo caporale; e un eminente scrittore nutre gelosia non tanto per i comuni imbrattacarte, quanto per gli autori che gli sono più vicini. Si potrebbe pensare che quanto maggiore è la sproporzione, tanto maggiore sarà l’infelicità causata dal confronto, al contrario, una grande sproporzione spezza la relazione e, impedendo di metterci a confronto con ciò che è così lontano, diminuisce gli effetti del confronto [stesso]. Ne consegue che, più grande è il numero delle persone che consideriamo nostri pari e coi quali ci confrontiamo, tanto più numerosi saranno coloro che suscitano la nostra invidia [e,] l’essere trattati con disprezzo e insolenza, accrescerà quasi naturalmente in noi il desiderio di conquistare le attenzioni di chi ci ignora: il fatto che non piacciamo a qualcuno, non significa necessariamente che non desideriamo piacergli.” [3]

Intonava una nota canzone:

“Gli ultimi saranno gli ultimi se i primi saranno irraggiungibili”. [4]

Qui è chiaro ciò che intendo dire: l’invidia e la disparità sociale, sono amplificate attraverso la psicologia del controllo sulle masse! Dopo aver letto l’articolo o visto il video, guardatevi intorno: notate qualcosa di famigliare?

 

Ed ecco la colpa

Ed ecco perché ancor oggi si assiste a strane esternazioni e modi di fare della gente comune: “Vi mancano lavoro e casa?” La colpa è degli stranieri che prendono e pretendono i vostri diritti. Nella società si fanno sempre meno figli?  La colpa è di omosex, lesbiche e trans, perché non possono naturalmente procreare. 

C’è sempre il capro espiatorio pronto. guarda caso, è sempre un “poveraccio” che se andiamo bene a vedere, cerca di vivere la sua vita con onore e dignità, come qualsiasi essere umano.

Non è mai dei ricchi e potenti (e strafottenti) del pianeta, poiché il loro, è un mondo che non può essere messo a confronto con il vostro: la grande distanza, spezza la relazione. Guarda caso (di nuovo? È sempre un caso?), sono proprio loro che decidono tutto.

 

Fonte dell’articolo

L’articolo è tratto da due paragrafi del mio secondo libro “FanKulo agli IDIOTI”, Nenna Matteo Editore, febbraio 2018. I paragrafi sono: “La vergogna della povertà è la colpa della meritocrazia” e “A proposito dell’invidia”.

 

Note

[1] Thomas Paine, (Thetford, 29 gennaio 1737 – New York, 8 giugno 1809). Rivoluzionario, politico, intellettuale, filosofo idealista e studioso inglese, considerato uno dei Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America.

[2] David Vaughan Icke (Leicester, 29 aprile 1952) è uno scrittore e giornalista britannico. È uno dei maggiori promotori e teorici delle teorie del complotto; infatti ha pubblicato numerosi libri riguardo alla teoria della cospirazione globale. Tiene spesso anche diverse tournée in tutto il mondo in cui illustra le sue teorie ma anche gli aspetti più giornalistici di esse, discutendo dell’attuale situazione mondiale e dei suoi retroscena, dal disastro degli attacchi dell’11 settembre 2001 alla guerra d’Iraq del 2003, dal conflitto israelo – palestinese alla crisi economico – petrolifera del XXI secolo.

[3] Citazione di David Hume, libro “Trattato sulla natura umana”, 1739.

[4] Citazione dal brano Quelli Che Benpensano di Frankie HI-NRG MC, 2005.

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